La competizione economica globale non si gioca più solo sul commercio, ma anche – e sempre più – sulla capacità dei governi di attrarre investimenti e trattenere produzione. È la nuova “guerra dei sussidi” tra Stati Uniti e Cina, un confronto a colpi di incentivi pubblici, agevolazioni fiscali e strategie industriali aggressive, che rischia di lasciare l’Europa – e l’Italia in particolare – in una posizione scomoda: troppo lenta per competere, troppo vulnerabile per restare ferma.
Dagli Inflation Reduction Act americani, che destinano centinaia di miliardi di dollari alla transizione energetica e alla produzione interna, ai maxi piani industriali cinesi per l’autonomia tecnologica, il messaggio è chiaro: le grandi potenze stanno ricentralizzando le catene del valore, riportando “a casa” produzione strategica, innovazione e posti di lavoro. Questo fenomeno, noto come reshoring, è già una realtà. Sempre più multinazionali stanno spostando stabilimenti produttivi da Asia e Europa verso gli Stati Uniti, attratte da incentivi fiscali, manodopera qualificata e un ecosistema industriale dinamico e integrato. Una tendenza che riguarda settori chiave: semiconduttori, batterie, auto elettriche, farmaceutica, e persino l’agroalimentare trasformato.
E l’Europa? Dopo anni passati a privilegiare regole comuni, equilibrio fiscale e rigore di bilancio, si scopre impreparata a una competizione che ha cambiato le regole del gioco. I singoli Stati cercano di rispondere con piani nazionali – come il France 2030 o il Germany Industrial Strategy – ma manca un piano europeo coerente, con risorse adeguate e visione di lungo periodo.
Per l’Italia, il rischio è doppio. Da un lato, perdere attrattività per i grandi investimenti industriali; dall’altro, veder rallentare anche le PMI esportatrici, penalizzate dalla concorrenza di mercati più “protetti” e sostenuti da politiche pubbliche molto più aggressive. Non è solo una questione di aiuti di Stato. È una questione di visione: cosa vogliamo essere nei prossimi dieci anni? Un’economia di servizi che importa tecnologia da altri continenti, o un sistema produttivo che investe, innova e si difende?
Per rispondere, servono decisioni chiare. L’Europa deve dotarsi di una politica industriale vera, capace di sostenere le imprese nel lungo periodo, semplificare il quadro normativo, incentivare l’innovazione e accompagnare la transizione digitale ed ecologica senza mettere in ginocchio le aziende. E l’Italia deve farsi portavoce di questa esigenza, difendendo il proprio tessuto produttivo e rilanciando il ruolo delle PMI anche nello scacchiere internazionale. Perché nel nuovo ordine globale, chi resta in mezzo rischia di restare fuori.
