6 Febbraio 2026
2 min. lettura

Stellantis, l’elettrico costa 22 miliardi

La transizione elettrica di Stellantis presenta il conto. Ed è salatissimo. Ventidue miliardi di euro. È questa la cifra che sintetizza il costo della sterzata imposta sull’elettrico, tra investimenti, riconversioni industriali, rallentamenti produttivi e margini erosi. Un numero che non è solo un dato di bilancio, ma il simbolo di una strategia industriale che sta mostrando tutte le sue crepe.

L’elettrico doveva essere il futuro inevitabile dell’auto europea. È diventato, almeno per ora, un gigantesco fattore di instabilità. Stellantis ha investito in piattaforme, gigafactory, software, riconversione degli stabilimenti e nuove linee produttive, ma il mercato non ha risposto come previsto. La domanda rallenta, i costi restano alti, gli incentivi pubblici sono discontinui e la concorrenza extraeuropea, soprattutto cinese, avanza con prodotti più economici e catene di fornitura più efficienti.

Il risultato è un paradosso industriale: si spende come se il mercato fosse maturo, ma si vende come se fosse ancora sperimentale. Le auto elettriche restano fuori dalla portata di ampie fasce di consumatori, mentre il termico viene progressivamente penalizzato da norme, tasse e restrizioni. In mezzo ci sono le aziende, i lavoratori e l’intera filiera dell’automotive, che pagano il prezzo di una transizione accelerata più dalla politica che dalla realtà economica.

Per l’Italia il tema è ancora più delicato. Gli stabilimenti producono meno, la cassa integrazione cresce, l’indotto soffre. Le piccole e medie imprese della componentistica, spesso eccellenze del Made in Italy, si trovano strette tra investimenti obbligati e ordini che non arrivano. A loro viene chiesto di riconvertirsi, innovare, digitalizzare, senza però la certezza di un mercato stabile e senza una vera politica industriale di accompagnamento.

I 22 miliardi non sono solo una voce negativa nei conti di Stellantis. Sono il segnale di una strategia europea che ha confuso la transizione ecologica con una scorciatoia ideologica. Si è dato per scontato che il mercato avrebbe seguito automaticamente le decisioni politiche. Non è andata così. L’auto elettrica cresce, ma non abbastanza da giustificare un azzeramento forzato delle alternative. E intanto l’industria europea perde competitività.

La transizione non può essere un dogma. Deve essere sostenibile, graduale, tecnologicamente neutra. E soprattutto deve tenere insieme ambiente, industria e lavoro. Altrimenti il rischio è evidente: distruggere valore, delocalizzare produzione, consegnare il mercato ad altri continenti.

Stellantis oggi paga il prezzo di una corsa imposta e mal calibrata. Domani, se non si cambia rotta, a pagarlo sarà l’intero sistema industriale europeo. E quando ci si accorgerà dell’errore, potrebbe essere troppo tardi per rimettere le ruote sulla strada giusta.

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