Il voto referendario non è stato soltanto un passaggio istituzionale. È stato un segnale politico netto, che il governo non può più fingere di non vedere. Quasi sei italiani su dieci sono andati alle urne e hanno trasformato quel voto in un giudizio sull’azione dell’esecutivo. Quando un Paese si mobilita così, vuol dire che il disagio è profondo e reale.
Da mesi le piccole e medie imprese chiedono ascolto, risposte, misure concrete. Invece, ricevono promesse disattese, rinvii, provvedimenti parziali. Il caro bollette continua a strangolare attività produttive, negozi, artigiani e imprenditori, mentre il governo continua a rincorrere le emergenze senza affrontarle alla radice. Non basta annunciare interventi: il problema è che le imprese continuano a pagare costi energetici insostenibili.
Nel frattempo, Palazzo Chigi appare schiacciato sulla politica estera, allineato alle priorità di Bruxelles e ancora impegnato a sostenere economicamente e militarmente il fronte ucraino, mentre nel Paese reale si allarga la distanza tra istituzioni e tessuto produttivo. Gli imprenditori italiani chiedono protezione economica, liquidità, riduzione del carico fiscale e condizioni per restare aperti.
In Sicilia questo scollamento è diventato persino più evidente, e la pesante presa di posizione con una percentuale così netta per il No ne è stata una dimostrazione cristallina. Dopo l’emergenza maltempo, le imprese aspettano ancora risposte adeguate. I ristori annunciati non cancellano ritardi, incertezze e insufficienze. E sulle polizze catastrofali il governo ha alimentato ulteriore confusione, scaricando nuovi obblighi su imprese già fragili e lasciando aperte troppe contraddizioni proprio mentre interi territori fanno ancora i conti, dopo mesi, con i danni degli eventi estremi”.
Anche questa resa dei conti – tardiva – a cui stiamo assistendo all’interno del governo, per quel che riguarda la richiesta di dimissioni della Ministra del Turismo, Daniela Santanchè, dimostra uno scollamento con il paese reale. La presidente del consiglio si accorge solo oggi che un tassello strategico determinante per l’economia del paese, il turismo, è abbandonato a sé stesso ormai da mesi, a causa del commissariamento, di fatto, del suo ministro, per le vicende giudiziarie che la vedono coinvolta. E a farne le spese sono proprio gli imprenditori che lavorano in questo settore così importante e troppo spesso trascurato, specie in quelle regioni del Sud che vivono di turismo e avrebbero bisogno di scelte forti e una visione strategica al passo con la competizione internazionale.
Questo esecutivo ha scelto di rassicurare banche e grandi gruppi, mentre sulle piccole imprese continua a calare la scure fiscale e burocratica. È un errore politico grave, oltre che economico. Se il governo non torna subito ad ascoltare chi produce, chi investe e chi crea lavoro, il messaggio arrivato dalle urne rischia di essere solo il primo di una lunga serie.
