Manca poco alla fine del 2025 e nelle imprese italiane cresce una domanda semplice ma decisiva: conviene investire adesso o aspettare la nuova Legge di Bilancio? La manovra per il 2026, presentata il 3 novembre insieme al Documento Programmatico di Finanza Pubblica, delinea un quadro che prova a muovere circa 35 miliardi di euro tra proroghe, modifiche e nuovi interventi. Ma come spesso accade quando si parla di politica industriale, non tutto è chiaro. E l’incertezza pesa, soprattutto per chi deve programmare strategie e investimenti.
Il primo tema riguarda gli incentivi alla transizione tecnologica. La possibile unificazione dei crediti d’imposta “Transizione 4.0” e “Transizione 5.0” sembra ormai più di un’ipotesi. L’obiettivo è semplificare, creare un unico strumento che tenga insieme digitalizzazione e sostenibilità, e accompagnare le imprese nella cosiddetta twin transition, oggi asse portante delle politiche europee. Una razionalizzazione attesa, dopo anni di misure frammentate e revisioni continue che hanno creato più confusione che certezze.
La manovra, però, non si ferma qui. Sul tavolo ci sono anche la proroga degli incentivi all’innovazione, dei crediti dedicati a design e creatività, e delle misure legate alla transizione green. Agevolazioni già conosciute, che hanno dimostrato di funzionare e che difficilmente verranno messe in discussione. Per molte imprese, ritrovare questi strumenti nel 2026 significa poter contare su una continuità essenziale per programmare investimenti di medio periodo.
Per le PMI resta centrale il Fondo di Garanzia, che il Governo punta a rifinanziare con una quota tra i 2 e i 2,3 miliardi di euro. Un pilastro che negli ultimi anni ha tenuto in piedi il sistema del credito, in un contesto segnato da tassi variabili e banche sempre più selettive. Toglierlo oggi significherebbe lasciare scoperte migliaia di imprese, ed è evidente che l’esecutivo non intende correre questo rischio.
Il Mezzogiorno resta un altro capitolo chiave della manovra. La ZES unica dovrebbe essere confermata e prorogata, con risorse per circa 3 miliardi, comprese aree delle Marche e dell’Umbria. È previsto anche un nuovo credito d’imposta per gli investimenti nel Sud e la conferma della decontribuzione per le assunzioni stabili. Misure che cercano di sostenere una ripartenza non più rinviabile, in territori dove il costo del capitale e i tempi burocratici restano ostacoli strutturali.
Accanto alle proroghe, il Governo introduce nuove misure per settori considerati strategici. Il comparto biomedicale avrà 1,3 miliardi per compensare il meccanismo del payback e rilanciare gli investimenti. Un miliardo andrà alla Space Economy, con l’obiettivo di rafforzare una filiera che l’Italia considera ormai strategica. Il Fondo nazionale per la microelettronica sarà rifinanziato con circa 2 miliardi, per ridurre la dipendenza dai semiconduttori esteri. Rifinanziati anche i Contratti di sviluppo e gli Accordi per l’innovazione, indispensabili per far collaborare imprese e centri di ricerca. Complessivamente, queste misure valgono tra i 6 e gli 8 miliardi: un segnale chiaro verso un modello industriale più tecnologico e autonomo.
Eppure, accanto alle risorse, rimane una richiesta che le imprese ripetono da anni: stabilità normativa. Ogni autunno si vive lo stesso rito, tra emendamenti, bozze, ipotesi e modifiche dell’ultima ora. Un modello che rende impossibile programmare investimenti su orizzonti più lunghi di pochi mesi. Se davvero il Paese vuole accompagnare le imprese nella transizione digitale, energetica e produttiva, dovrà prima di tutto ristabilire un quadro di regole stabili e prevedibili.
La Legge di Bilancio 2026 offre molte conferme e alcune novità importanti. Ma la vera differenza la farà la capacità delle imprese di muoversi per tempo, individuare le misure più vantaggiose e costruire una strategia solida in vista dell’anno nuovo. Perché in un contesto globale instabile e competitivo, anticipare le scelte non è più una virtù: è una necessità.
