L’Italia prova a mettere un argine al dilagare del fast fashion. Il governo starebbe valutando l’introduzione, nella prossima Legge di Bilancio, di una tassa sui pacchi di piccolo importo — quelli sotto i 150 euro — provenienti da Paesi extra-UE. Una misura che punta a riequilibrare la concorrenza con le piattaforme cinesi di e-commerce come Shein, Temu e Aliexpress, che oggi beneficiano dell’esenzione dai dazi doganali per ordini di valore ridotto.
Secondo i dati europei, nel 2024 sono arrivati nel continente oltre 4,6 miliardi di pacchi sotto quella soglia di spesa, e il 91% proveniva dalla Cina. Numeri che raccontano una concorrenza senza precedenti per le imprese europee e, in particolare, per il sistema moda italiano, già messo alla prova dall’aumento dei costi e dal rallentamento dei consumi.
La tassa, ancora in fase di definizione, avrebbe lo scopo di colpire il commercio digitale non regolato e di tutelare le produzioni nazionali dalla corsa al ribasso dei prezzi e della qualità. Si tratterebbe di una misura in linea con la proposta discussa in primavera dalla Commissione europea, che aveva ipotizzato un prelievo forfettario di 2 euro a pacco per rafforzare i controlli doganali e scoraggiare le importazioni fuori norma.
Sul piano politico, la misura avrebbe trovato il sostegno del ministero dell’Economia e del gruppo di lavoro di Fratelli d’Italia che segue la manovra. L’obiettivo dichiarato è riequilibrare il mercato, ma anche contrastare la desertificazione industriale che il fast fashion ha innescato negli ultimi anni: in Italia, il settore tessile-abbigliamento ha perso oltre 9.000 imprese e più di 50.000 posti di lavoro negli ultimi cinque anni, travolto da una competizione fondata esclusivamente sul prezzo.
Il fast fashion rappresenta una sfida non solo economica, ma anche ambientale e sociale. Il modello produttivo su cui si basa — alta rotazione, bassi costi e consumo immediato — genera grandi quantità di rifiuti tessili e forti emissioni di CO₂, oltre a utilizzare manodopera sottopagata nei Paesi di origine.
La tassa, tuttavia, da sola non basterà a cambiare gli equilibri. Servono politiche industriali più ampie, che promuovano la sostenibilità, la tracciabilità dei prodotti e la tutela delle competenze artigianali. Senza una strategia strutturale, l’imposizione rischia di essere solo un segnale politico.
L’Italia, patria del Made in Italy, non può permettersi di restare spettatrice di un mercato che svende la qualità e sacrifica il lavoro. La tassa sul fast fashion può essere un inizio. Ma la vera sfida sarà costruire un sistema di regole che premi chi produce valore, e non chi inonda il mondo di capi usa e getta.
