Nelle PMI il rischio è spesso percepito come qualcosa di cui occuparsi solo quando arriva. Una variabile fastidiosa, da demandare a banche, assicurazioni o consulenti, più che un tema da affrontare a livello strategico. Sono profondamente contrario a questa visione; con il passare degli anni, ho imparato che il rischio non è un incidente del percorso ma è il percorso stesso.
Peter Drucker lo diceva con grande lucidità: “Il miglior modo per prevedere il futuro è crearlo.” E creare il futuro, per un’impresa, significa prima di tutto saper leggere ciò che potrebbe metterlo in discussione. In un’azienda di servizi che ho seguito, il comitato rischi esisteva formalmente. C’erano convocazioni, ordini del giorno, verbali accurati. Mancava però una cosa essenziale: la realtà.
Le riunioni erano rituali difensivi, non momenti di analisi situazionale. Si parlava di rischi in modo astratto, scollegato dalla vita quotidiana dell’impresa. Nessuno sentiva davvero la responsabilità di ciò che veniva discusso, perché il rischio era percepito come qualcosa di lontano, quasi teorico. Finché una notte un attacco informatico bloccò l’intera operatività; clienti fermi, dati inaccessibili, reputazione esposta. In poche ore emerse una verità scomoda: l’azienda non era impreparata tecnicamente, era impreparata culturalmente.
Dopo quell’esperienza l’imprenditore comprese qualcosa che non aveva mai messo focalizzato fino in fondo, ovvero che il rischio non si gestisce quando arriva, ma si anticipa quando ancora non fa rumore. Dopo quella crisi, il comitato rischi venne ripensato da zero, non più come adempimento, ma come spazio di intelligenza collettiva. Mi chiesero di guidarlo per avere una visione terza rispetto alle dinamiche interne dell’azienda e chiamai a farne parte persone diverse per ruolo e sensibilità: IT, commerciale, HR, amministrazione, ognuno portando una lettura diversa degli stessi scenari.
Il mio obiettivo era cambiare l’approccio ai problemi, usando un approccio da Coach; non più “cosa è successo e di chi è la colpa”, ma “quali sono le cause profonde per cui è accaduto e se potrebbe risuccedere”. Dalla colpa alla responsabilità, alla mitigazione. Si cominciò a valutare ogni rischio ipotetico in termini di probabilità, impatto e contromisure concrete. Le decisioni venivano documentate, le priorità chiarite e le responsabilità assegnate. In questo modo il rischio smise di essere un tema astratto e diventò parte del pensiero strategico di tutta l’azienda.
Un anno dopo, quando un nuovo shock la colpì, l’azienda non fu travolta, perché il caso reale era già stato analizzato e si erano per tempo preparate le contromisure. Con grande orgoglio capimmo che avevamo creato un comitato rischi che funzionava davvero, non compilava carte ma costruiva cultura della gestione straordinaria. Cultura della previsione e non dell’emergenza, del confronto, della responsabilità condivisa, non della colpa.
Henry Mintzberg ha scritto che: “La strategia non è pianificazione, è apprendimento.” Per me il comitato rischi, quando è ben funzionante, è uno dei più potenti luoghi di apprendimento organizzativo in quanto pensare per scenari cambia radicalmente il modo di guidare un’impresa. Significa smettere di reagire e iniziare a scegliere, a trasformare l’incertezza in uno spazio decisionale dove ritrovare la propria via strategica e non tattica.
Nelle PMI questo è ancora più vero, perché le risorse sono limitate e ogni errore pesa di più, e proprio per questo motivo la preparazione diventa libertà. Molti imprenditori temono che occuparsi di rischio significhi rallentare l’azienda; in realtà accade il contrario. Chi governa il rischio si muove con più coraggio, perché conosce i propri confini. Un’organizzazione che conosce le proprie vulnerabilità non è fragile, bensì matura in quanto consapevole.
Ho visto aziende paralizzate dalla paura di sbagliare che non riuscivano a competere e si spegnevano e altre crescere proprio perché avevano imparato a gestire il rischio come uno degli inevitabili fattori della vita aziendale, senza negarlo e neppure drammatizzarlo. Nella nostra esperienza quotidiana sappiamo perfettamente che il rischio esiste, non è possibile annullarlo o evitarlo, è parte fondativa della impresa; la differenza sta nell’imparare a governarlo con metodo e visione.
Nei miei interventi consulenziali, partendo dalla mia esperienza direzionale, mi piace ribadire agli imprenditori e ai manager che la vera libertà dell’impresa non è l’assenza di pericoli, ma la capacità di affrontarli in modo preparato e consapevole.
