9 Dicembre 2025
5 min. lettura

La solitudine del CEO nelle scelte difficili

C’è un momento, nella vita di ogni imprenditore, in cui il mestiere del leader smette di essere un’arte di successo e diventa un atto di responsabilità. È il momento delle scelte difficili, quelle che non generano ovazioni ma garantiscono il futuro. Peter Drucker diceva: “La cosa più pericolosa in tempi di cambiamento non è il cambiamento stesso, ma agire con la logica di ieri.” 

Ed è proprio in quelle decisioni che si misura il coraggio, la maturità di chi guida: saper rinunciare al consenso per preservare la continuità, quando bisogna scegliere ciò che serve, non ciò che conviene. Ricordo un piccolo intervento che feci anni fa quando in un’azienda familiare del settore legno-arredo la direzione si trovò di fronte a una scelta cruciale, ovvero se mantenere una linea storica di mobili amata da tutti, simbolo dell’identità aziendale, ma ormai non più sostenibile. 

I numeri alla base erano impietosi; le vendite calavano, i costi crescevano e quindi i margini si erodevano. Il problema però era che quella non era una semplice collezione, ma rappresentava l’orgoglio di una generazione. Il titolare, figlio del fondatore, esitava da mesi. Ogni giorno rimandava la decisione, sperando in un segnale, in un miracolo. Finché gli dissi una frase semplice: “Continuare a produrla non è fedeltà al passato, è inganno verso il futuro.” 

Il giorno dopo mi confessò che quella notte non dormì e subito dopo convocò la squadra e annunciò la chiusura della linea. Ci furono proteste, delusione, perfino rabbia. Ma un anno dopo, l’azienda era tornata in utile, con una nuova gamma di prodotti sostenibili e un’identità rinnovata. 

Era una decisione salvifica ma divisiva; so che non è facile percorrere sentieri impervi, ma sono anche profondamente convinto che il coraggio del leader non emerga nella capacità di evitare il conflitto a tutti i costi, ma nella fermezza nel sostenerlo – qualora sia indispensabile – nel nome del bene comune. Mi piace spesso ripetere una frase che ho letto, ma di cui non ricordo l’autore; il consenso è fragile, il rispetto è duraturo.

Viviamo in un tempo in cui la popolarità sembra sostituire l’autorevolezza. Ritengo però che in azienda il consenso, se non contemperato dal rispetto, rischia di funzionare solo nel breve; il rispetto, invece, cresce nel tempo, anche se può a volte iniziare nel dissenso. Sono convinto che ogni volta che un leader prende una decisione coerente con i valori e non con la convenienza, costruisce fiducia. Può perdere consensi immediati, ma guadagna credibilità. E la credibilità, in un’impresa, vale più del carisma.

Simon Sinek lo sintetizza così: “La leadership non consiste nel far felici le persone, ma nel prenderle per mano quando non vogliono cambiare.” Sono quelli i momenti in cui il leader si rivela; quando ha la forza di scegliere ciò che serve, senza preoccuparsi se nessuno lo applaude. La mia esperienza è costellata inoltre di momenti in cui è risultato evidente come il coraggio decisionale non sia minimamente correlato all’impulsività (sembra incredibile, ma qualcuno lo pensa). È invece severa disciplina morale, capacità di leggere la realtà senza deformarla. E’ l’uso dell’etica quale bussola delle scelte.

Questo serve soprattutto nelle PMI, dove spesso la linea tra persona e impresa è sottile e il rischio di confondere l’affetto con la strategia è alto. Si tende a proteggere i simboli, i prodotti, i collaboratori storici, anche quando l’equilibrio economico è già compromesso.  Ma la vera lealtà verso la propria storia è garantirle continuità, non nostalgia. Adriano Olivetti, in un momento difficile della sua azienda, disse ai collaboratori: “Dobbiamo avere il coraggio di mutare forma per non mutare sostanza.”  È questa la chiave della leadership responsabile: cambiare ciò che serve per salvare ciò che conta.

Io spesso parlo con i miei clienti della solitudine del comando, della difficoltà di costruire un team di fiducia che non sia semplicemente composta da yes man, ma da professionisti che vengono da esperienze importanti e che hanno imparato che il peggior nemico del leader sono i collaboratori claque. E parliamo di questo perché decidere non significa solo analizzare i dati: significa accettare la solitudine di chi guarda più lontano. 

Ogni scelta radicale porta con sé la paura dell’errore ed il rischio di isolamento, di scollamento con il resto dell’azienda. Ma la solitudine feconda, per chi guida, non è un segno di debolezza: è il prezzo dell’integrità. Le decisioni difficili non si giudicano nel giorno in cui si prendono, ma in quello in cui mostrano i loro frutti e spesso accade che proprio chi le aveva contestate diventi, col tempo, il primo a riconoscerne la saggezza. Le scelte coraggiose non sono mai comode, ma sono le uniche che lasciano eredità, perché il consenso passa, ma la coerenza resta. E quando una decisione nasce per il bene dell’impresa, prima o poi tutti lo capiscono.

Perché ho deciso di scrivere 30 Pillole di Management

Sono quasi quarant’anni che vivo l’impresa da dentro: prima come impiegato, poi come dirigente, infine come consulente strategico. Ho attraversato industrie, mercati e generazioni di imprenditori, imparando che il management non è una teoria da manuale, ma un mestiere fatto di persone, scelte, errori e responsabilità.

Negli ultimi anni ho avuto il privilegio di lavorare con molte PMI italiane — realtà straordinarie, coraggiose, spesso sole nel fronteggiare trasformazioni enormi. È a loro che dedico questa rubrica: 30 Pillole di Management.

Non sono “lezioni”, ma esperienze. Brevi riflessioni su ciò che ho imparato, perso, cambiato e ritrovato nei decenni di lavoro. Ogni settimana una pillola: per stimolare domande, ispirare idee, condividere visioni.

Perché credo che la crescita non nasca dai numeri, ma dalla condivisione delle idee.

E che il vero capitale di un’impresa siano sempre le persone che la fanno vivere, giorno dopo giorno.

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