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23 Giugno 2025
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Ddl PMI: Mancano le risorse per le aziende

Il ministero dellíimprese e del Made in Italy, MIMIT, Roma 26 maggio 2023. ANSA/FABIO FRUSTACI

Dopo mesi di stagnazione il secondo trimestre del 2025 segna un’inversione di tendenza: PIL in crescita dello 0,4%, export in ripresa e consumi interni in leggera risalita. Ma dietro ai numeri resta una domanda aperta: quanto di questa ripartenza è strutturale e quanto è solo congiunturale?

Le piccole e medie imprese – che rappresentano oltre il 95% del tessuto produttivo nazionale – restano il motore vero dell’economia italiana. Lo dicono i dati Istat, lo confermano le Camere di commercio e lo racconta il quotidiano confronto con chi, ogni giorno, tiene in piedi aziende tra rincari energetici, burocrazia asfissiante e un accesso al credito sempre più selettivo. Se c’è una lezione da imparare dai dati di questa ripresa, è che senza PMI l’Italia si ferma.

Il nodo principale è sempre lo stesso: le imprese crescono non grazie al sistema, ma nonostante il sistema. Quando si parla di export, è Made in Italy. Quando si parla di resilienza, sono le imprese familiari. Quando si parla di occupazione, sono le PMI che tengono in piedi il mercato del lavoro. Eppure, chi governa sembra ancora restio a mettere realmente al centro questa componente cruciale del Paese.

La verità è che, al netto delle parole, le riforme che servirebbero davvero sono ancora tutte da fare. Il recente disegno di legge annuale sulle PMI, pur segnando un passo simbolico importante, si è rivelato insufficiente nelle risorse, timido negli obiettivi, privo di un’anima strategica. Come si può pretendere di rilanciare il cuore produttivo del Paese con meno di 150 milioni previsti in due anni? Bisogna capire che o si investe concretamente nelle PMI o l’azienda Italia chiude.

Nel frattempo, l’Europa chiama alla transizione verde e digitale. Ma mentre le multinazionali si attrezzano con fondi e competenze, le PMI arrancano tra costi insostenibili e normative troppo spesso pensate a misura di grande impresa. Il rischio è quello di una doppia velocità che penalizza chi invece dovrebbe essere al centro della trasformazione.

Serve una strategia industriale coerente e lungimirante, che parta dai territori e metta in condizione chi produce di non dover scegliere ogni giorno tra sopravvivere e innovare. Defiscalizzare i premi di produttività, sostenere con crediti d’imposta la digitalizzazione vera (non i soliti voucher complicati e inefficienti), snellire gli adempimenti e dare stabilità normativa: sono misure basilari, non utopie.

Sul lavoro serve coraggio. I contratti collettivi nazionali, pensati per un mondo che non c’è più, vanno ripensati: flessibilità, contrattazione di secondo livello, nuovi modelli per nuove professioni. I sindacati, come le associazioni datoriali, devono uscire dalla comfort zone. Il mercato evolve, l’impresa cambia, e la normativa non può restare ferma agli anni Novanta. Il segnale è chiaro: il Paese può ripartire davvero, ma solo se chi lavora, investe e rischia ogni giorno viene finalmente ascoltato. Altrimenti, la ripresa resterà una parentesi. E non diventerà mai un nuovo inizio.

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