L’indice PMI manifatturiero dell’Italia è sceso a settembre a 49 punti, in netto calo rispetto ai 50,4 di agosto, riportandosi sotto la soglia critica dei 50 che separa la fase di espansione da quella di contrazione. È il livello più basso registrato negli ultimi tre mesi e uno dei più deboli degli ultimi due anni. Per l’economia reale si tratta di un campanello d’allarme che riguarda direttamente la spina dorsale produttiva del Paese.
Il dato è la conseguenza di un peggioramento evidente delle condizioni operative delle imprese. Le nuove commesse hanno subito una contrazione marcata, la più rapida dall’inizio dell’estate, mentre la domanda estera ha registrato il calo più forte dallo scorso marzo. Le aziende segnalano una riduzione del portafoglio ordini che in molti casi supera il 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La cautela dei clienti, alimentata dall’incertezza macroeconomica, e i nuovi ostacoli tariffari imposti su alcuni mercati extraeuropei hanno pesato in modo diretto sulla competitività.
Le esportazioni sono la variabile chiave. Nel solo mese di agosto le vendite italiane verso gli Stati Uniti sono diminuite del 21,2 per cento, trascinando al ribasso l’intero dato extra-UE, sceso dell’8 per cento. Nei comparti più esposti la contrazione è stata a doppia cifra: i macchinari e i beni strumentali hanno perso oltre il 16 per cento, il tessile e il sistema moda più del 12 per cento, i beni di consumo durevoli quasi il 10 per cento. Anche l’agroalimentare, tradizionalmente più resiliente, ha subito un arretramento del 7 per cento.
Il rallentamento si riflette immediatamente sull’equilibrio commerciale. L’avanzo della bilancia non energetica è passato dai 7 miliardi registrati un anno fa a poco più di 5,3 miliardi nello stesso mese del 2025, con una perdita di quasi 2 miliardi che pesa sui conti complessivi. Sul piano territoriale il Nord-Est, area che da sola rappresenta oltre un quarto dell’export nazionale, ha registrato una flessione del 2,4 per cento, mentre il Sud e le Isole hanno perso il 3,6 per cento. Solo il Centro Italia ha mostrato un incremento del 4,5 per cento, insufficiente però a bilanciare le perdite delle altre aree produttive.
Per le piccole e medie imprese il quadro è ancora più complesso. L’Italia conta circa 200 mila PMI manifatturiere, che impiegano oltre 5,4 milioni di lavoratori e generano un fatturato annuo di circa 1.000 miliardi di euro. Quasi sette su dieci esportano regolarmente e l’80 per cento del valore esportato dalle PMI proviene dal manifatturiero. La contrazione della domanda estera si traduce quindi in meno produzione, meno investimenti e meno occupazione. Le prime stime indicano che, se la tendenza dovesse proseguire, oltre 50 mila posti di lavoro potrebbero andare perduti nell’arco di dodici mesi.
I segnali di difficoltà emergono anche sul fronte dei costi. Il prezzo dell’energia per le imprese italiane è ancora superiore del 20 per cento rispetto alla media europea, comprimendo i margini e rendendo più difficile la competizione sui mercati internazionali. A ciò si aggiungono costi logistici cresciuti di circa il 12 per cento rispetto all’anno scorso e un apprezzamento dell’euro sul dollaro che ha ridotto ulteriormente la competitività delle esportazioni con un effetto stimato tra il 6 e l’8 per cento sui listini.
Il calo dell’indice PMI manifatturiero sotto la soglia dei 50 punti non è quindi un dettaglio tecnico, ma la fotografia di un sistema industriale che sta perdendo slancio. Le imprese manifatturiere, e in particolare le PMI, si trovano di fronte a una fase critica: da un lato il calo delle commesse e delle esportazioni, dall’altro la pressione dei costi e delle barriere tariffarie. Il rischio è di entrare in una spirale recessiva che colpisce produzione, lavoro e competitività.
