Oggi: 13 Settembre 2026
6 Ottobre 2025
4 min. lettura

BYD rallenta, Scoppia la bolla dell’elettrico

La locomotiva cinese dell’elettrico ha rallentato bruscamente. Dopo anni di crescita vertiginosa, la BYD – Build Your Dreams, l’azienda che ha incarnato la corsa globale verso l’auto elettrica – si trova oggi al centro di una crisi che va ben oltre i suoi bilanci. È il segnale di un intero modello industriale che scricchiola, quello della transizione forzata imposta dai governi e drogata da incentivi, sconti e aspettative fuori misura.

Per la prima volta dal 2020, BYD ha registrato un calo nelle vendite trimestrali. Un dato simbolico, che rompe l’illusione di un mercato destinato a crescere all’infinito. A settembre 2025 le vendite sono scese del 5,5% su base annua, costringendo il gruppo a rivedere al ribasso gli obiettivi per l’anno in corso: da 5,5 a 4,6 milioni di veicoli. La Cina, culla e laboratorio dell’elettrico, è ormai satura. Troppi marchi, troppi modelli, troppi incentivi. Il risultato è una guerra dei prezzi senza precedenti, che sta spingendo decine di costruttori verso il fallimento.

Nemmeno il colosso fondato da Wang Chuanfu è immune. Dopo aver bruciato oltre 20 miliardi di dollari di capitalizzazione in pochi mesi, BYD si trova stretta tra margini in picchiata, costi industriali in aumento e una domanda interna in frenata. La stessa autorità cinese, che fino a ieri spingeva l’elettrico con ogni mezzo, oggi frena gli sconti e prova a contenere il caos di mercato. Ma è tardi: l’effetto boomerang della crescita artificiale è ormai esploso.

Il gruppo tenta di reagire guardando all’estero. In Europa, in Sudamerica e nel Sud-est asiatico ha avviato una campagna d’espansione imponente, puntando su impianti produttivi locali e una rete di vendita capillare. Ma le barriere doganali, le tensioni geopolitiche e i dazi anti-sussidio minacciano di trasformare l’avventura internazionale in un pantano burocratico e finanziario. Nel Regno Unito, il suo principale mercato estero, le vendite crescono, ma non bastano a compensare la frenata in patria.

A pesare, poi, sono le ombre sulla reputazione. In Brasile, un’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori in un cantiere dello stabilimento locale ha portato a una denuncia da 50 milioni di dollari per pratiche “simili alla schiavitù”. In Cina, quasi centomila vetture sono state richiamate per difetti di fabbricazione. Intanto, lo SkyRail – il progetto infrastrutturale che doveva segnare l’ingresso del gruppo nel settore dei trasporti urbani – mostra segni di degrado e corrosione nelle stazioni: un colpo duro per un marchio che voleva essere sinonimo di efficienza e modernità.

I numeri parlano chiaro: gli utili del secondo trimestre 2025 sono crollati del 30% rispetto all’anno precedente. Il titolo in borsa ha perso fino all’8% in pochi giorni. Persino Berkshire Hathaway, la cassaforte di Warren Buffett, dopo diciassette anni di partecipazione, ha deciso di uscire definitivamente dal capitale. Un segnale pesante: anche gli investitori più pazienti hanno perso fiducia nel sogno elettrico cinese.

La verità è che il sistema si sta sgonfiando. Per anni la Cina ha gonfiato l’industria delle auto elettriche con sussidi, esenzioni fiscali e finanziamenti pubblici. Ora il mercato non regge più e molti produttori sono destinati a sparire. La stessa BYD ha ammesso che fino a cento marchi potrebbero chiudere entro pochi mesi. È il lato oscuro della transizione “verde”: un modello industriale che brucia risorse per inseguire obiettivi politici, non economici.

La crisi di BYD segna quindi un punto di svolta. Non solo per l’azienda, ma per l’intera narrativa dell’elettrico come salvezza dell’industria. Le scelte imposte a colpi di regolamenti e divieti stanno mostrando i loro limiti. Quando la politica sostituisce il mercato, il risultato è sempre lo stesso: distorsioni, bolle e, infine, crolli.

Per l’Europa, che ha seguito la Cina nella corsa all’elettrificazione senza un piano industriale solido, la lezione è chiara. L’industria automobilistica non può vivere di slogan ecologici e incentivi temporanei. Servono strategie di lungo periodo, investimenti reali in ricerca e una visione capace di coniugare sostenibilità e competitività. BYD, il simbolo del sogno elettrico, è diventata oggi l’emblema di una crisi annunciata. Non è solo una sconfitta per la Cina, ma un monito per l’intero mondo industriale: anche il futuro, se costruito su fondamenta fragili, può crollare all’improvviso.

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