È morto Giorgio Forattini, il più grande vignettista politico italiano del secondo Novecento. Con la sua matita affilata ha raccontato mezzo secolo di storia nazionale, trasformando la satira in un linguaggio universale, comprensibile a tutti e temuto da molti.
Nato a Roma nel 1931, Forattini iniziò a disegnare per caso, dopo aver lavorato come pubblicitario. Negli anni Settanta entrò a Paese Sera, poi a La Repubblica, La Stampa e Il Giornale. Da allora, le sue vignette diventarono appuntamento fisso della vita pubblica italiana: un piccolo riquadro capace, ogni mattina, di dire più di un editoriale.
Forattini non era solo un umorista: era un interprete politico. Con un tratto netto e un’ironia feroce ha svelato ipocrisie, smascherato poteri, ridicolizzato leader di ogni schieramento. Nessuno è mai stato risparmiato: da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Prodi, fino agli ultimi protagonisti della Seconda Repubblica. Il suo segno era uguale per tutti: spietato, perché libero.
Negli anni è stato amato e odiato, imitato e censurato. Ma mai indifferente. In un Paese dove la satira è spesso addomesticata, Forattini ha incarnato l’idea più autentica del mestiere: far ridere, ma soprattutto far pensare. Le sue vignette non cercavano il consenso, cercavano la verità attraverso il paradosso.
Con la sua morte si chiude un’epoca. Quella di una satira che non si limitava a commentare, ma partecipava al dibattito pubblico. Forattini ha lasciato una lezione preziosa: che il potere, qualunque volto abbia, deve sempre temere una risata. Dietro ogni sua vignetta c’era una promessa mantenuta: non lasciare mai in pace il potere. E per questo, oggi, il suo silenzio pesa più di molte parole.
