Mentre il mondo è distratto dai dazi, l’automotive europea continua a perdere colpi. Nei primi sei mesi del 2025 le immatricolazioni complessive di nuove auto in Europa sono diminuite, segnando un calo costante che fotografa una crisi strutturale. Il rallentamento economico, l’incertezza dei consumatori, il caro prezzi e le tensioni geopolitiche stanno congelando la domanda. E le case automobilistiche, soprattutto quelle storiche, ne pagano le conseguenze.
Tra le più colpite c’è Stellantis, che sta vivendo un semestre difficile in tutta Europa e in particolare in Italia. La produzione nel nostro Paese è crollata del 27%, riportando i volumi ai livelli più bassi degli ultimi 65 anni. Gli stabilimenti rallentano, i turni si riducono, le uscite superano le entrate. Anche a livello europeo, le vendite del gruppo continuano a perdere terreno: in pochi mesi Stellantis ha visto scendere la propria quota di mercato, pressata dalla concorrenza cinese, dalla stagnazione del segmento elettrico e dai ritardi nel rinnovo della gamma. Le promesse di rilancio faticano a tradursi in numeri, mentre gli effetti dei piani di riorganizzazione si fanno sentire su forza lavoro e indotto.
Ma il problema è più ampio. L’intero comparto automobilistico europeo sta vivendo una fase di profonda trasformazione che però, invece di accompagnare la crescita, sta accelerando la crisi. La transizione all’elettrico, promossa a suon di regolamenti e target ambientali, non ha incontrato un adeguato sostegno sul lato della domanda. Le infrastrutture sono ancora carenti, i prezzi restano elevati, e il consumatore medio è disorientato. Le vendite delle auto elettriche crescono, ma non abbastanza da compensare il calo delle termiche. E molte famiglie rinunciano del tutto all’acquisto, rimandando decisioni importanti in attesa di tempi migliori.
L’industria europea, un tempo leader mondiale, oggi si trova a inseguire. Da una parte, l’avanzata implacabile dei marchi cinesi, capaci di produrre elettriche a basso costo e di qualità crescente. Dall’altra, le difficoltà dei marchi storici a reinventarsi in tempo utile, ostaggio di una burocrazia pesante, di costi energetici elevati e di strategie spesso poco incisive.
Nel frattempo, anche Tesla arretra. Il colosso statunitense ha subito un tracollo delle immatricolazioni in Europa nel primo semestre, complice un calo di appeal sul mercato e la concorrenza sempre più agguerrita. Ma a preoccupare di più è lo scenario complessivo: quello di un continente che sembra aver perso il passo, che fatica a tenere insieme innovazione, sostenibilità e accessibilità. E il rischio è che i posti di lavoro, gli investimenti e il know-how accumulato in decenni vengano erosi con una rapidità impressionante.
Il settore dell’auto non è solo un indicatore economico. È una cartina tornasole dell’industria europea, del suo stato di salute, della sua capacità di adattamento. E oggi quel termometro segna allarme rosso. Senza una politica industriale coraggiosa e una visione di lungo periodo, l’Europa rischia di trasformarsi da protagonista a semplice mercato di sbocco per prodotti costruiti altrove. Stellantis e il resto del comparto non possono essere lasciati soli a reggere l’urto. La sfida è adesso, e il tempo sta per scadere.
