29 Luglio 2025
3 min. lettura

Dazi, Celebrato il funerale del Made in Italy

Mentre l’Europa si piega alle condizioni imposte da Donald Trump nella nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, il prezzo lo pagano, come sempre, le imprese e i lavoratori. L’accordo che impegna l’Unione Europea ad acquistare 750 miliardi di dollari in tre anni di gas naturale liquefatto (GNL) e combustibile nucleare statunitense non è un patto strategico, ma una resa incondizionata. E l’Italia, anziché opporsi, ha accettato in silenzio, fingendo che tutto vada bene. Un silenzio che ha il sapore del tradimento per il nostro sistema produttivo.

A differenza di Francia e Germania, che hanno espresso forti perplessità sul nuovo assetto commerciale, il governo italiano ha sottoscritto un comunicato rassicurante. Ma la realtà è ben diversa. Per l’Italia, che rappresenta circa il 13% dei consumi energetici europei, questo accordo significa sborsare oltre 30 miliardi di euro all’anno solo per acquistare energia americana, con un sovrapprezzo medio stimato del 25% rispetto a quanto costerebbe importarla tramite gasdotto da Paesi come Algeria, Norvegia o Libia. Una cifra che, in termini netti, si traduce in circa 7,5 miliardi di euro in più ogni anno.

Chi pagherà questo salasso? Le piccole e medie imprese, ovviamente. Le stesse che da anni subiscono il peso della burocrazia, della tassazione e dei costi di produzione sempre più alti. Le stesse che dovrebbero essere il motore della crescita italiana, e che invece vengono sistematicamente abbandonate. Secondo le stime, ogni impresa manifatturiera dovrà sobbarcarsi un incremento medio di 5.600 euro all’anno. Le attività commerciali pagheranno almeno 1.100 euro in più. E anche le PMI del terziario, spesso considerate “a basso consumo”, vedranno lievitare i costi di circa 800 euro annui. Una stangata silenziosa, ma letale.

Ma non è solo l’energia a preoccupare. Mentre l’Italia firma, la Cina avanza. Le auto elettriche a basso costo prodotte a Pechino stanno invadendo il mercato europeo: solo nei primi sei mesi del 2025, i marchi cinesi hanno raddoppiato la loro quota di mercato, arrivando a superare il 5%. Lo stesso sta avvenendo nel settore del fast fashion, dove milioni di capi prodotti senza alcuna garanzia ambientale o sociale arrivano ogni giorno nei nostri porti, finendo nei negozi a prezzi stracciati. Il risultato? Il commercio locale implode, i distretti della moda e dell’artigianato affondano, le nostre città si svuotano di botteghe e di imprese.

Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori, non usa mezzi termini: “Accettando in silenzio questo accordo, il governo ha celebrato il funerale del Made in Italy. Non possiamo più far finta di nulla. Servono politiche industriali vere, serve un piano energetico nazionale, servono dazi intelligenti che difendano il lavoro, non che coprano il vuoto della strategia”.

Perché senza una visione industriale, l’Italia non può competere. Senza una politica energetica autonoma, non può resistere. E senza protezione dalle invasioni commerciali a basso costo, non può sopravvivere. La resa è iniziata. Ma siamo ancora in tempo per cambiare rotta. A patto di avere il coraggio di dire la verità.

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