Il 31 dicembre 2025 non sarà una data qualunque per le imprese italiane. Segnerà la scadenza di molti degli strumenti che negli ultimi anni hanno sostenuto innovazione, investimenti e occupazione: dai crediti d’imposta per la Transizione 4.0 e 5.0 alle agevolazioni per le Zone Economiche Speciali. La Legge di Bilancio 2026 dovrà quindi ridisegnare il quadro complessivo degli incentivi. E le prime indiscrezioni che arrivano dal MIMIT delineano già un percorso fatto di conferme, novità e — forse — un cambio di paradigma.
La novità più discussa riguarda la possibile unificazione dei due crediti d’imposta “Transizione 4.0” e “Transizione 5.0”. Il nuovo schema potrebbe integrare digitalizzazione e sostenibilità in un’unica misura, meno vincolata alle regole del PNRR e più accessibile anche alle imprese energivore. Un incentivo “a doppia anima”, pensato per premiare chi investe in progetti di twin transition: iniziative capaci di coniugare efficienza tecnologica e riduzione dell’impatto ambientale.
Non tutto, però, è destinato a cambiare. Alcune misure che hanno dato risultati concreti verranno probabilmente confermate. Gli incentivi per l’innovazione tecnologica, le attività di design e la transizione green dovrebbero restare in vigore anche nel 2026. Strumenti che hanno contribuito a rafforzare la competitività delle imprese e che difficilmente il Governo vorrà archiviare.
Un altro pilastro che resterà in piedi è il Fondo di Garanzia per le PMI, considerato essenziale per sostenere l’accesso al credito. La sua proroga richiederà tra i 2 e i 2,3 miliardi di euro, ma rappresenta una priorità per evitare che le piccole e medie imprese restino escluse dal sistema finanziario. Al centro anche il Mezzogiorno, con la proroga della ZES Unica, che richiederà circa 3 miliardi, di cui oltre 2 destinati al credito d’imposta per i nuovi investimenti. A queste risorse si aggiungeranno i fondi per Umbria e Marche, recentemente incluse nel perimetro della misura. Prevista inoltre la proroga della decontribuzione per i nuovi assunti al Sud, per un valore di 590 milioni di euro, con l’obiettivo di rafforzare l’occupazione stabile nelle regioni più fragili.
Ma il pacchetto 2026 non si fermerà qui. Tra le novità allo studio figurano: la stabilizzazione dell’IRES premiale, procedure semplificate per gli investimenti in ricerca, 1,3 miliardi per il settore biomedicale per compensare gli effetti del payback, 1 miliardo per la Space Economy, il rifinanziamento dei Contratti di sviluppo anche nel turismo, nuovi fondi per gli Accordi per l’innovazione e circa 2 miliardi per il Fondo nazionale Microelettronica. Nel complesso, il piano di incentivi potrebbe valere tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. Un segnale chiaro di continuità e visione: da un lato consolidare ciò che ha funzionato, dall’altro intercettare i trend industriali globali, dal digitale all’aerospazio.
Oltre alle singole misure, gli imprenditori chiedono però un elemento più profondo: stabilità del quadro normativo. Solo con regole certe e durature è possibile pianificare investimenti a medio e lungo termine. Per questo la Legge di Bilancio 2026 sarà decisiva non solo per le risorse che metterà in campo, ma per la sua capacità di restituire fiducia e prevedibilità al sistema produttivo italiano.
