21 Luglio 2025
2 min. lettura

Fast Fashion, Ruvolo: Allarme per il Made in Italy

Il fast fashion cinese è ormai una minaccia concreta al cuore pulsante dell’economia italiana: il settore moda. A lanciare l’allarme è Confimprenditori, che ha presentato a Roma il report del proprio Centro Studi dal titolo “L’impatto del Fast Fashion sul Made in Italy”. Il documento, denso di dati e analisi, denuncia una situazione sempre più insostenibile per le piccole e medie imprese del comparto tessile-moda.

«Con marchi come Shein e Temu che inondano il mercato europeo con milioni di capi a prezzi irrisori, il nostro sistema produttivo è sotto assedio», ha dichiarato il presidente nazionale Stefano Ruvolo. «Vogliamo pensare che il governo sia distratto, che il ministro Adolfo Urso abbia altre priorità. Ma ricordiamo che la moda non è solo un simbolo del Made in Italy: è una vera colonna portante dell’economia italiana».

Il tessile-moda, infatti, conta oltre 66.000 imprese attive e circa 400.000 addetti. Eppure, dal 2020 al 2024, il 12% delle PMI del settore ha chiuso i battenti. Se il trend attuale non verrà invertito, le proiezioni parlano di un ulteriore calo del 20% entro il 2030.

«È un fenomeno che non riguarda solo l’economia», ha aggiunto Ruvolo. «Il fast fashion produce danni ambientali e sociali enormi, con una filiera opaca e tempi di produzione disumani. Si tratta di un modello basato sullo sfruttamento, sull’usa-e-getta, su una competizione drogata. È arrivato il momento di reagire».

La Francia lo ha già fatto, introducendo una tassa ambientale specifica sui capi venduti da piattaforme di fast fashion. Un contributo fino a 10 euro per capo, destinato a disincentivare la produzione e l’acquisto compulsivo e promuovere qualità, trasparenza e sostenibilità.

Confimprenditori chiede al governo italiano di fare lo stesso. «Servono misure concrete e immediate per proteggere le nostre imprese. La politica non può più restare a guardare mentre il cuore manifatturiero dell’Italia viene spazzato via», conclude Ruvolo. «Il Made in Italy ha bisogno di tutela. E la tutela non è uno slogan: è una scelta politica, urgente e non rinviabile».

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