Al Meeting di Rimini Mario Draghi ha lanciato un messaggio che suona come un monito severo: l’Europa non può più permettersi di restare spettatrice del proprio declino. Per anni si è creduto che la sola dimensione economica, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, fosse sufficiente a garantire potere e influenza geopolitica. Oggi quella illusione è svanita. Il continente assiste impotente all’avanzata dei dazi imposti dal principale alleato americano, osserva con passività l’escalation dei conflitti in Medio Oriente, rimane marginale nei negoziati di pace sull’Ucraina pur essendo il maggior finanziatore e continua a reagire più per necessità che per visione strategica. È l’immagine di un’Europa che paga la mancanza di coraggio politico e di un progetto condiviso, un’Europa che rischia di ridursi a comparsa nello scenario globale.
Draghi non ha usato giri di parole: lo scetticismo verso l’Unione ha raggiunto livelli mai visti e non riguarda i valori fondanti come la democrazia, la libertà o la solidarietà, ma la sua concreta capacità di agire. A fronte di crisi globali sempre più rapide e drammatiche, l’Europa appare lenta, divisa, prigioniera di nazionalismi di ritorno e di un’ossessione per la burocrazia che soffoca le imprese e paralizza l’innovazione. Di fronte a queste contraddizioni, Draghi ha indicato la strada: servono riforme profonde, a partire dal settore pubblico, che ancora oggi rappresenta un ostacolo alla competitività e alla produttività. Servono regole coerenti per un mercato unico che sia davvero in grado di sostenere le piccole e medie imprese, che sono il cuore pulsante dell’economia ma spesso restano intrappolate tra vincoli diversi e barriere interne.
Il futuro, ha sottolineato, si giocherà sulle tecnologie strategiche, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, e l’Europa non può permettersi di rimanere indietro. Ma per reggere la competizione globale servono risorse comuni, non più debiti nazionali frammentati. Draghi ha invocato la creazione di strumenti finanziari condivisi, un debito europeo capace di finanziare difesa, energia, infrastrutture e ricerca, settori che nessuno Stato può sostenere da solo senza condannarsi all’irrilevanza. È un discorso che mette in discussione il dogma della sovranità intesa come chiusura nei confini, perché proprio questo riflesso rischia di consegnare il continente alle potenze globali che giocano su scala ben più ampia.
Il messaggio finale è stato rivolto ai cittadini: lo scetticismo non deve diventare rassegnazione ma azione politica. L’Europa è una democrazia e solo con la partecipazione attiva sarà possibile indirizzare il progetto comune verso un futuro di pace, sicurezza e indipendenza. Non bastano più i proclami, servono scelte concrete e coraggiose. Draghi ha detto ciò che molti leader non hanno il coraggio di ammettere: senza un cambio di passo radicale, l’Unione Europea è destinata a contare sempre meno, a consumarsi nell’autoreferenzialità, a essere travolta da chi investe, innova e costruisce il proprio futuro senza esitazioni. Le imprese lo sanno bene, perché sono le prime a pagare le conseguenze di un’Europa immobile. Oggi il tempo delle parole è finito: serve agire, subito.
