Il Senato ha approvato in seconda lettura il disegno di legge costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Si tratta di una riforma da tempo discussa, che tocca uno dei nodi più delicati del sistema giustizia: l’equilibrio tra indipendenza, efficienza e trasparenza. Il provvedimento ha ottenuto 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, ed è stato salutato con soddisfazione dalla maggioranza di governo che lo ha definito un passo fondamentale per rafforzare il giusto processo e l’imparzialità dei giudici.
La riforma prevede due Consigli superiori della magistratura distinti: uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri. Entrambi saranno presieduti dal Presidente della Repubblica, ma avranno composizione e funzioni separate. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare commistioni tra chi accusa e chi giudica, garantendo una piena terzietà del giudice, nel solco del modello accusatorio. Prevista anche l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare con competenze sulle sanzioni ai magistrati, e l’introduzione del sorteggio tra gli strumenti per la selezione dei componenti dei nuovi organi.
Secondo i promotori, la separazione delle carriere è un passaggio epocale che mira a superare storture storiche e a ricostruire la fiducia dei cittadini nella giustizia. Per i sostenitori, questo assetto rafforza l’autonomia e la responsabilità individuale dei magistrati, riduce il peso delle correnti e contribuisce a un sistema giudiziario più trasparente, depurato da logiche associative che troppo spesso hanno condizionato nomine e carriere.
Tuttavia, le opposizioni hanno contestato duramente l’approvazione della legge, parlando di torsione autoritaria e di attacco all’indipendenza della magistratura. L’accusa principale è che la riforma, pur presentata come tecnica, nasconda una volontà politica di rendere più debole e controllabile il potere giudiziario, in particolare quello inquirente. Una parte della magistratura ha espresso forti perplessità, temendo che la creazione di due carriere distinte possa generare squilibri, favorire l’isolamento dei pubblici ministeri e minare l’efficacia dell’azione penale, che nella Costituzione è ancora obbligatoria e uguale per tutti.
Il dibattito in Aula è stato acceso e segnato da forti simbolismi. I parlamentari di opposizione hanno esposto cartelli e copie della Costituzione, ricordando figure come Falcone e Borsellino e denunciando il rischio che la riforma venga usata come strumento di vendetta politica. D’altro canto, la maggioranza ha celebrato il risultato come una conquista storica, in linea con battaglie portate avanti da anni nel nome di una giustizia più moderna e imparziale.
Il percorso non è ancora concluso. Il testo dovrà tornare alla Camera per una terza lettura e poi nuovamente al Senato per il quarto e definitivo passaggio. Se non si raggiungerà la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere, sarà necessario un referendum confermativo, presumibilmente nella primavera del 2026. Saranno dunque i cittadini, in ultima istanza, a decidere se accogliere questa svolta o rigettarla.
