C’era una volta un marchio che evocava stile, velocità e prestigio. Un nome che bastava da solo a raccontare l’eccellenza del Made in Italy: Maserati. Oggi, però, quello stesso nome appare sempre più in difficoltà, schiacciato tra la crisi del settore automobilistico europeo e le strategie industriali del gruppo Stellantis, che sembrano allontanarsi sempre più dalle esigenze del nostro Paese.
I numeri parlano chiaro. Nei primi sei mesi del 2025, le vendite di Maserati sono crollate del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una flessione che non riguarda solo il mercato italiano, ma anche le piazze storicamente forti per il marchio – Stati Uniti, Europa e Medio Oriente – dove la concorrenza, soprattutto tedesca e cinese, si fa sempre più aggressiva e presente. Anche i conti economici iniziano a risentirne: nel primo semestre dell’anno, il marchio ha registrato una perdita operativa netta, segnale che la situazione non è più solo contingente, ma strutturale.
Le cause sono molteplici. Da un lato, la transizione forzata all’elettrico, imposta dal Green Deal europeo, sta creando una frattura profonda in tutti i marchi premium del Vecchio Continente. Maserati ha puntato molto sull’elettrificazione, ma la domanda reale non ha seguito le previsioni ottimistiche. I modelli elettrici non decollano, né per vendite né per percezione. Il pubblico tradizionale della casa del Tridente fatica a riconoscersi in un’auto silenziosa e pesante, che sacrifica il rombo inconfondibile per rincorrere obiettivi ambientali imposti dall’alto.
Dall’altro lato, c’è la gestione Stellantis. Il gruppo guidato da Carlos Tavares sembra aver deciso di concentrare gli investimenti su altri brand più redditizi a livello globale, come Jeep e Peugeot. L’Italia, in questo disegno, finisce ai margini. Maserati è sempre più orfana di una visione chiara, soffocata in una galassia industriale dove a prevalere sono logiche di efficienza e numeri, non di identità e prestigio. La produzione è stata accentrata, razionalizzata, tagliata. Gli stabilimenti storici – Modena, Grugliasco, Mirafiori – vivono una fase di incertezza, tra cassa integrazione, stop produttivi e mancanza di nuovi modelli realmente competitivi.
Ma la crisi di Maserati è anche un segnale più ampio: il rischio concreto che l’Italia stia perdendo il controllo della propria industria automobilistica. Dopo Lancia ridotta a un solo modello, Alfa Romeo appiattita su standard internazionali, ora è la volta di Maserati. Marchi storici, simboli di un’eccellenza conosciuta in tutto il mondo, trattati come semplici etichette da sfruttare finché vendono, per poi essere messi da parte.
Il lusso non può essere prodotto in serie, né può essere governato solo con logiche da conglomerato globale. Serve visione, orgoglio, cultura industriale. Serve un piano per il rilancio dell’automotive italiano che metta al centro i suoi marchi storici e la filiera produttiva nazionale. Perché quando un brand come Maserati va in crisi, non è solo un’azienda a perdere terreno. È l’intero Paese che scivola indietro.
