La Francia ha detto basta al fast fashion selvaggio. Con una misura senza precedenti, Parigi ha approvato una tassa ambientale specificamente pensata per colpire i colossi dell’ultra low cost come Shein e Temu, accusati di inondare il mercato europeo con milioni di capi a basso prezzo, prodotti in condizioni opache e con gravi ricadute sull’ambiente.
La nuova normativa, presentata dal governo francese come un provvedimento a tutela della sostenibilità e del lavoro europeo, prevede un contributo fino a 10 euro per ogni capo di abbigliamento venduto da piattaforme che adottano modelli di produzione iperaccelerati. L’obiettivo è disincentivare l’acquisto compulsivo di vestiti usa e getta, tipico del fast fashion digitale, e contrastare una concorrenza che penalizza duramente il settore tessile tradizionale.
Nel mirino del provvedimento non ci sono solo i prezzi stracciati, ma anche le modalità di produzione, la tracciabilità delle filiere e la durata dei capi. In altre parole: la Francia punta a premiare chi produce in modo trasparente, durevole e rispettoso delle normative sociali e ambientali, penalizzando invece chi basa il proprio modello su grandi volumi e basso valore aggiunto.
Shein e Temu – entrambe piattaforme cinesi – rappresentano oggi un modello estremo di fast fashion. Caricano ogni giorno migliaia di nuovi articoli, venduti a pochi euro, con consegne rapide e campagne di marketing aggressive rivolte soprattutto ai più giovani. Dietro il successo globale, tuttavia, emergono problematiche legate all’impatto ambientale, allo sfruttamento del lavoro e alla mancata applicazione di standard minimi di qualità e sicurezza.
Con questa iniziativa, la Francia apre una breccia nel dibattito europeo, ponendosi all’avanguardia nella lotta contro la moda usa-e-getta. Ma la sfida è destinata a diventare continentale. Da più parti si chiede infatti una regolamentazione unitaria a livello UE, che armonizzi norme, imposte e controlli doganali, evitando che singole iniziative nazionali si rivelino inefficaci.
Per le PMI europee del settore moda – in particolare quelle italiane – la mossa francese rappresenta una prima forma di protezione da una concorrenza asimmetrica, che finora ha beneficiato di vuoti normativi e di un approccio permissivo. Ma serve di più. Servono politiche industriali attive, sostegni all’innovazione, promozione del Made in Europe e una narrazione culturale che restituisca valore alla qualità e alla durata.
Il fast fashion è una questione ambientale, ma anche economica, sociale e identitaria. La Francia l’ha capito. Ora tocca all’Europa fare la sua parte.
