L’estate 2025 si è aperta con grandi aspettative, ma si è rapidamente trasformata in una stagione difficile per i lidi italiani. Dopo un giugno promettente con un +20% di presenze e consumi, luglio ha segnato un brusco calo, fino al 15% in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, con punte del 25% in regioni come Emilia‑Romagna e Calabria. I feriali si confermano problematici: le spiagge restano quasi vuote, con flussi turistici concentrati quasi esclusivamente nei weekend.
A lanciare l’allarme è Assobalneari Italia, che parla di una contrazione oscillante tra il 20% e il 30% nelle presenze e nei consumi estivi, con l’unico giorno ancora frequentato in modo consistente: la domenica. Bagnanti mordi e fuggi, che però non bastano a sostenere economicamente il settore balneare. Il problema ha una causa precisa: il crescente caro-vacanze. In media, una settimana al mare è costata il 12% in più rispetto al 2024, a causa di rincari su ombrelloni, lettini, parcheggi e ristorazione. In alcune località, il prezzo di una giornata al lido può superare i 90 euro. Le famiglie, strette da inflazione, bollette e costi crescenti, non ce la fanno più. Le prime spese a saltare? Quelle per svago e vacanze al mare.
Il calo dei turisti italiani – che tradizionalmente garantivano stabilità alla stagione – non è stato compensato a sufficienza da flussi esteri, anch’essi in rallentamento. Alcune famiglie hanno scelto alternative come la montagna, più economica e più fresca, mettendo in luce la crisi della classe media vacanziera. Alcune zone costiere, come la Riviera Romagnola, appaiono come “specchio della crisi”. Affollate nei fine settimana, ma deserte nei giorni feriali, sottolineano uno squilibrio tra domanda turistica e capacità di spesa.
Il quadro generale è chiaro: la crisi dei lidi non è un incidente accidentale, ma il riflesso di una congiuntura economica più profonda. Il caro vita fa strage delle vacanze. I prezzi esorbitanti spingono a rinunce o a destinazioni più economiche, comprimendo la stagione estiva e mettendo a rischio la sopravvivenza degli stabilimenti balneari. E non si tratta solo dei lidi: l’intero indotto – bar, ristoranti, hotel, negozietti stagionali – ne esce fortemente indebolito.
Il dato nazionale non smentisce questa tendenza: mentre tra giugno e agosto si stimano 20,7 milioni di arrivi e 110,1 milioni di presenze nelle località balneari italiane, segnali di affollamento si registrano soprattutto nei fine settimana, con la domanda italiana ancora maggioritaria (circa il 57%) ma in crescita marginale. L’estate 2025 potrebbe dunque consegnare un’eredità pesante: un modello turistico insostenibile, troppo dipendente da vacanze costose, cortissime e sempre più fragili. Se non ci saranno interventi concreti, il rischio è che i nostri litorali restino sempre più spesso silenziosi, con ombrelloni chiusi e una stagione che rischia di non decollare mai davvero.
