Nel suo ultimo rapporto sull’occupazione, l’OCSE ha fotografato con chiarezza una realtà scomoda: i salari reali in Italia sono scesi del 7,5% rispetto al 2021. Nessun altro grande Paese dell’area OCSE ha registrato un calo così marcato. Un dato che parla da solo e che rivela quanto la crisi del potere d’acquisto stia scavando in profondità, colpendo famiglie, lavoratori e imprese.
Il fenomeno è il risultato di due tendenze convergenti. Da un lato, l’impennata dell’inflazione nel biennio post-pandemia ha eroso il valore reale delle retribuzioni. Dall’altro, l’adeguamento salariale è stato lento, frammentato, spesso incapace di compensare gli aumenti dei prezzi. Nonostante il miglioramento dei salari nominali negli ultimi mesi, il divario accumulato resta pesante. Il potere d’acquisto degli italiani non ha ancora recuperato i livelli precedenti e, in molti settori, i contratti collettivi sono fermi da anni.
Le previsioni per il 2025 indicano un aumento dei salari attorno al 2,6%, ma si tratta di una crescita ancora insufficiente per un vero recupero. Il rischio è che ci si limiti a contenere i danni, senza invertire davvero la rotta. Se non si interviene con decisione, questa dinamica rischia di trasformarsi in una trappola salariale duratura: buste paga stagnanti, consumi in calo, produttività bloccata.
Il confronto con gli altri Paesi è impietoso. In molte economie avanzate i salari reali, pur colpiti dall’inflazione, hanno già ripreso a salire. In Italia no. E il motivo è anche nella rigidità del nostro sistema contrattuale, incapace di adeguarsi rapidamente ai cambiamenti economici. La contrattazione collettiva, che dovrebbe essere uno strumento di tutela e rilancio, si è spesso trasformata in un freno.
Le conseguenze sono evidenti. Da una parte, cala la capacità di spesa delle famiglie, con effetti negativi sui consumi interni e sul tessuto produttivo. Dall’altra, cresce il malcontento sociale, si allarga la distanza tra lavoratori e istituzioni, si alimenta la sfiducia in un sistema che non premia il merito né garantisce equità. Non è un caso se aumenta il numero di giovani che cerca opportunità all’estero, mentre molte imprese faticano a trovare personale qualificato disposto a lavorare a condizioni sempre meno sostenibili.
Eppure, non tutto è perduto. Il mercato del lavoro italiano, nonostante le difficoltà, mantiene alcuni segnali di vitalità. L’occupazione è in crescita, il tasso di disoccupazione è più basso rispetto al periodo pre-Covid, e ci sono spazi per una ripresa più equilibrata. Ma serve un cambio di passo.
Occorre rinnovare i contratti scaduti, incentivare la produttività, collegare le dinamiche salariali agli andamenti reali dell’economia. Servono politiche attive del lavoro capaci di investire in competenze, innovazione, valorizzazione del capitale umano. E serve soprattutto una nuova stagione di responsabilità condivisa, in cui istituzioni, imprese e rappresentanze sociali si assumano il compito di rilanciare il reddito e la dignità del lavoro.
Un Paese che non riesce a remunerare adeguatamente i propri lavoratori è un Paese che si condanna alla stagnazione. Il dato dell’OCSE è un campanello d’allarme che non può essere ignorato. È tempo di restituire valore al lavoro e fiducia ai lavoratori. Perché senza salari dignitosi non c’è crescita, né economica né civile.
