In Italia si parla spesso di cultura come di un valore simbolico, identitario, educativo. Ma troppo poco come di una leva economica concreta, capace di generare occupazione, attrarre investimenti e creare valore. Eppure, i numeri parlano chiaro: la cultura è una delle colonne portanti del nostro PIL, e non solo per il turismo.
Secondo gli ultimi dati, il sistema produttivo culturale e creativo italiano – che comprende patrimonio storico-artistico, industrie creative, editoria, spettacolo, architettura, design e artigianato artistico – ha generato oltre 95 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,6% del PIL nazionale. Un settore che, includendo l’indotto attivato nei settori collegati (trasporti, ristorazione, hospitality, servizi), arriva a muovere oltre 250 miliardi di euro, coinvolgendo direttamente e indirettamente quasi 1,5 milioni di occupati.
Non si tratta solo di grandi musei o festival internazionali. Sono migliaia le micro e piccole imprese culturali diffuse sul territorio – spesso a conduzione familiare – che ogni giorno producono cultura: restauratori, botteghe artigiane, teatri di provincia, case editrici indipendenti, gallerie d’arte, produttori di cinema e musica. Realtà che spesso sopravvivono più per passione che per sostegno pubblico, ma che costituiscono un’infrastruttura invisibile e fondamentale dell’Italia che lavora.
Anche il turismo culturale gioca un ruolo cruciale: l’Italia è la prima nazione europea per numero di siti UNESCO, e nel 2024 ha visto una ripresa significativa dei flussi, con una spesa media pro capite in crescita del +6% rispetto all’anno precedente. I turisti attratti da arte, storia e paesaggio rappresentano oggi il segmento più stabile e qualitativamente alto della domanda turistica internazionale.
Eppure, il potenziale resta in gran parte inespresso o mal gestito. Pesa la frammentazione amministrativa, la scarsità di investimenti strutturali, e la mancanza di un ecosistema normativo capace di incentivare l’impresa culturale in modo stabile. La cultura continua ad essere considerata marginale rispetto alle “vere” politiche economiche, mentre in altri Paesi è trattata come una vera e propria industria strategica.
Il PNRR ha destinato circa 6,7 miliardi di euro al comparto cultura e turismo, ma gran parte di questi fondi rischiano di finire in interventi spot se non accompagnati da una visione imprenditoriale di lungo periodo. L’Italia non ha bisogno solo di restaurare ciò che è vecchio: ha bisogno di investire nella produzione culturale contemporanea, nei talenti creativi, nei luoghi che generano innovazione estetica, sociale, artigianale.
Perché la cultura, in Italia, non è solo un’eredità da conservare. È una risorsa economica da attivare, una filiera produttiva da valorizzare, un motore di sviluppo diffuso. E in un mondo che chiede autenticità, bellezza e contenuto, chi saprà investire in cultura investirà anche in competitività.
