A metà 2025 l’economia italiana dà segnali evidenti di rallentamento. Dopo un primo trimestre di crescita debole ma stabile, maggio e giugno hanno mostrato una dinamica più preoccupante: i consumi interni frenano, l’export perde slancio e il costo del denaro continua a pesare come un macigno sull’accesso al credito, in particolare per le piccole e medie imprese.
Il quadro europeo, tutt’altro che rassicurante, alimenta l’incertezza. La Banca Centrale Europea, dopo il primo taglio dello 0,25% ai tassi base a inizio giugno, ha adottato una posizione cauta. La presidente Christine Lagarde ha lasciato intendere che eventuali nuovi tagli dipenderanno strettamente dall’andamento dell’inflazione, che resta volatile, soprattutto nei Paesi del Sud Europa. In Italia, il rallentamento della discesa dei prezzi nel settore alimentare ed energetico solleva timori su una possibile ripresa inflattiva.
A livello nazionale, l’effetto più visibile è quello sulla domanda interna. Le famiglie italiane hanno progressivamente ridotto la spesa, in particolare per beni non essenziali. Il comparto auto è in contrazione, il mercato immobiliare è quasi fermo, e anche il commercio al dettaglio fatica a ritrovare slancio. Le tensioni internazionali, con l’inasprimento dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina, aggiungono un ulteriore elemento di instabilità, con ripercussioni sui flussi di esportazione italiani, in particolare nel settore manifatturiero.
Sul fronte del credito, la situazione resta critica. L’accesso ai finanziamenti continua a essere ostacolato da tassi ancora troppo alti per sostenere nuovi investimenti, specialmente nelle micro e piccole imprese. Il credito d’impresa resta ingessato, con molte banche che adottano criteri ancora rigidi, influenzate dal quadro regolatorio e dalla prudenza dei mercati.
Anche lo spread tra BTP e Bund è tornato a salire, superando i 160 punti base. Un segnale che non può essere ignorato e che riflette la crescente attenzione dei mercati verso la tenuta dei conti pubblici italiani, in vista delle prossime scadenze: la riforma del sistema fiscale, l’attuazione del PNRR e la stesura della Legge di Bilancio 2026.
Il rischio è quello di una stagnazione mascherata da stabilità. I numeri non crollano, ma nemmeno migliorano. La fiducia rimane bassa e il sistema economico appare sospeso, in attesa di un cambio di passo. Le imprese, specialmente quelle di dimensioni minori, continuano a fare la loro parte, ma in assenza di un contesto più favorevole, anche la resilienza rischia di esaurirsi.
L’Europa guarda alla BCE. L’Italia guarda a Bruxelles, ma soprattutto a sé stessa. Perché se il ciclo economico rallenta, non si può continuare ad attendere le decisioni altrui. Serve visione, serve coraggio, ma soprattutto serve concretezza.
