Dopo l’automotive arrivò il fast fashion. La tanto silenziosa quanto massiccia invasione europea da parte della Cina prosegue inesorabile alla stessa velocità con cui l’impero americano si sta ritirando entro i propri confini. Se negli ultimi dieci anni le auto cinesi hanno invaso il mercato europeo, grazie soprattutto al Green Deal, smontando letteralmente e pezzi l’industria automobilistica europea, nei prossimi dieci anni sarà smantellato il mercato della moda, con danni incalcolabili per il Made in Italy.
Shein, Temu e le altre piattaforme cinesi non sono solo un fenomeno commerciale. Sono l’arma economica con cui Pechino sta colonizzando il cuore dell’identità produttiva europea. Vendono a pochi euro quello che in Italia richiede tempo, competenze, manodopera qualificata. Arrivano ovunque, in fretta, in silenzio. E distruggono senza fare rumore. Non innovano. Non creano valore. Non pagano i costi sociali e ambientali della produzione. Ma conquistano quote di mercato ogni giorno, ogni clic, ogni pacco che attraversa il continente.
Il problema non è solo economico. È culturale, politico. Il fast fashion cinese riduce la moda a un bene usa e getta, svalutando anni di tradizione manifatturiera, artigianato, qualità. E nel farlo colpisce al cuore il nostro modello economico. In Italia la moda non è solo un settore. È identità. È storia. È una filiera che tiene in piedi territori, famiglie, distretti produttivi. Smantellare questo sistema equivale a svuotare il Paese della sua anima economica.
E l’Europa, ancora una volta, continua a restare a guardare come ha fatto per l’automotive. O peggio, finge di intervenire con regolamenti deboli che non affrontano il problema di petto. E intanto consente a queste piattaforme di vendere milioni di prodotti a pochi centesimi, senza dazi, senza controlli reali, senza rispetto per le regole che valgono per ogni impresa europea. È concorrenza sleale, sistemica, tollerata. E rischia di diventare irreversibile.
Se la politica non si sveglia ora, sarà troppo tardi. Servono dazi intelligenti, controlli doganali veri, un sistema normativo che premi la qualità e penalizzi lo sfruttamento. Serve una narrazione nuova, che riporti valore e dignità nella produzione di ciò che indossiamo. E serve soprattutto coraggio: quello di dire che il modello del fast fashion è incompatibile con il futuro del Made in Italy.
